Mosca | 17 dicembre 2007
L'Iran riceve combustibile atomico dalla Russia
La prima fornitura di combustibile atomico destinato ad alimentare la centrale atomica iraniana di Busher e' stata consegnata dall'azienda russa 'Atomstroiexport'. La fornitura di uranio arricchito all'estero era una delle opzioni prese in esame per fermare il processo di arricchimento condotto in Iran che ha suscitato le preoccupazioni della comunita' internazionale e i dubbi sull'impiego civile del combustibile atomico ottenuto nelle centrifughe di Teheran.
http://www.rainews24.it/notizia.asp?newsID=76795
17 dicembre 2007 - 21.51
Gb: persi altri 3 mln di dati personali
LONDRA - Nuova debacle per il governo britannico di Gordon Brown: un disco rigido contenente dati personali di più di tre milioni di candidati alla prova orale della patente è stato smarrito dalla ditta appaltatrice americana. Lo ha annunciato oggi l'esecutivo di Londra. "Mi scuso per tutte le preoccupazioni e l'ansia che queste persone potranno provare" ha dichiarato il ministro dei trasporti Ruth Kelly in un discorso alla camera dei comuni.
Secondo il ministro, il disco rigido è scomparso a maggio scorso ad Iowa City dopo essere stato affidato alla società privata Pearson Driving Assessments, che aveva avuto l'appalto dalla Driving Standards Agency, organismo pubblico per gli esami della patente. Il disco conteneva nomi, indirizzi, numeri di telefono dei candidati all'esame orale della patente, ma secondo il ministro nel disco rigido non erano contenuti dati bancari dei tremila cittadini britannici.
In meno di un mese il governo britannico ha annunciato di aver perso dal database del Fisco di Sua Maestà i dati riservati di 25 milioni di cittadini britannici, e 7,25 milioni di famiglie che hanno diritto a un assegno di assistenza e sostegni vari per i bambini. Tra le perdite anche i dati personali delle persone entrate nei programmi governativi di protezione dei testimoni.
http://www.swissinfo.org/ita/mondo/detail/Gb_persi_altri_3_mln_di_dati_personali.html?siteSect=143&sid=8543966&cKey=1197924665000&ty=ti&positionT=3
17 dicembre 2007 - 19.21
Scudo spaziale: Mosca, missili contro Varsavia e Praga
MOSCA - Cresce l'escalation di pressioni e minacce da parte della Russia contro il progetto Usa di 'scudo spaziale' nell'Europa dell'est. Per la prima volta oggi Mosca, sia pur mandando in avanscoperta i suoi generali, ha indicato obiettivi ben precisi, Varsavia e Praga, per i suoi missili balistici intercontinentali. Una risposta diretta, quindi, a Polonia e Repubblica Ceca, i due paesi prescelti da Washington per ospitare il sistema antimissilistico contro i cosiddetti 'Stati canaglia', come l'Iran. L'ipotesi è stata servita con una duplice esibizione di muscoli: il lancio di prova da un sottomarino nucleare di un missile balistico intercontinentale, il quinto nel 2007, e l'annuncio della consegna a Teheran della prima fornitura di uranio arricchito per la centrale nucleare iraniana di Bushehr.
"Dobbiamo prendere misure che impediscano la svalutazione del potenziale deterrente nucleare russo. Non escludo che la nostra dirigenza politica e militare possa puntare qualcuno dei nostri missili balistici intercontinentali verso gli impianti di difesa anti missilistica in Polonia e Repubblica Ceca", ha spiegato il comandante delle forze spaziali strategiche, gen. Nikolai Solovtosv, ricordando che i missili strategici russi sono in grado di bucare qualsiasi sistema difensivo esistente e futuro, compreso quello che gli Usa vogliono installare in Europa.
Già Putin, in una intervista ai principali quotidiani dei Paesi del G8, alla vigilia del vertice tedesco di giugno, aveva ammesso la possibilità di schierare i missili russi contro obiettivi europei nel caso di un esito negativo dei negoziati russo-americani sullo scudo spaziale. L'altro ieri, invece, il capo di stato maggiore russo Iuri Baluevski aveva ammonito che l'eventuale lancio di un missile antimissile dalla Polonia "potrebbe essere male interpretato dai sistemi russi e provocare un colpo di risposta", evocando scenari degni del film 'Il dottor Stranamore'. Tanto da suscitare la dure reazioni di Praga e Varsavia.
"Il linguaggio dei generali russi è inaccettabile, inimmaginabile nel mondo democratico", aveva obiettato il ministero degli esteri ceco. Sulla stessa lunghezza d'onda il premier polacco Donald Tusk. Oggi, infine, si è passati dal rischio di un errore ad una possibile scelta strategica, con bersagli indicati in modo chiaro.
SDA-ATS cont6inua sul sito ufficiale
17 dicembre 2007 - 17.16
Olanda: Amsterdam, addio al quartiere a luci rosse
AMSTERDAM - Si chiama Wallen, è proprio al centro di Amsterdam, tra gli eleganti negozi del corso Damrak e i canali della celebre città olandese e per decenni ha attratto frotte di turisti in cerca del brivido del proibito. È il quartiere a luci rosse della più permissiva delle città europee, che si appresta però a cambiare radicalmente volto.
A quanto ha annunciato il sindaco Job Cohen, le autorità hanno messo a punto un piano ambizioso per chiudere le centinaia di vetrine del sesso dalle quali ragazze poco vestite (e praticamente tutte extracomunitarie) offrono eloquenti massaggi in cambio di denaro, per trasformare in localini alla moda i tanti bar dove non si trova nemmeno un caffé ma in compenso ci si possono fare tutte le canne che si vuole, e per chiudere i locali da pizza al taglio e mettere al loro posto ristoranti con chef e camerieri in marsina.
Intendiamoci, si è affrettato a precisare il sindaco, la prostituzione continuerà ad essere legale in città ed in tutto il paese, come da legge promulgata sette anni fa, e la marijuana ed altre droghe leggere potranno continuare ad essere consumate nei locali pubblici, ma, ha aggiunto, "una certa immagine romantica del Wallen è ormai passata di moda ed è venuta l'ora di restituire questa parte del centro di Amsterdam ai suoi abitanti".link
Cyberdipendenza: una parlamentare si rivolge al governo elvetico.
Didascalia: Si può essere dipendenti da uno schermo? (Ex-press)
Altri sviluppi
La senatrice svizzera Erika Forster-Vannini ha depositato in Parlamento un'interpellanza in cui l'Esecutivo è invitato ad adottare misure efficaci per studiare e combattere la dipendenza da Internet.
Il dottor Olivier Simon, attivo presso il servizio di psichiatria comunitaria dell'ospedale universitario di Losanna, sottolinea però l'assenza di dati inequivocabili a questo proposito
Stanze buie – l'unica luce, quella dello schermo –, occhi vitrei, nessun contatto con il mondo esterno. Lo scenario dipinto recentemente da alcuni media ed esperti del settore appare preoccupante.
In tutto il mondo, numerosi giovani e meno giovani sarebbero infatti dipendenti da Internet, portando all'eccesso tutte le possibilità offerte dalla rete: in primis giochi on-line, ma pure incontri virtuali e consumo di materiale pornografico, per citare i problemi ritenuti più diffusi.
Una situazione che comporterebbe alienazione sociale, difficoltà professionali e disturbi fisici. Un quadro, questo, che ha spinto la senatrice svizzera Erika Forster-Vannini a depositare in Parlamento un'interpellanza intitolata «Dipendenza dallo schermo. Agire con lungimiranza».
Di che si tratta?
Richiesta d'intervento
Nel suo intervento, l'autrice sottolinea la crescente domanda di informazioni da parte dei genitori preoccupati. Tuttavia, osserva la senatrice, «per valutare la portata del problema sono necessarie solide basi che attualmente in Svizzera mancano». E proprio per questo motivo, al Governo viene chiesto di intervenire concretamente, con mezzi e misure adeguate.
Per comprendere meglio la questione, abbiamo chiesto al dottor Olivier Simon – responsabile di unità presso il servizio di psichiatria comunitaria dell'ospedale universitario di Losanna – se la dipendenza da Internet esiste veramente e se può essere considerata alla stregua di quelle già conosciute.
Un problema reale?
«È vero che durante gli ultimi anni gli specialisti sono stati molto sollecitati in merito al rapporto tra le nuove tecnologie e chi ne fa uso. Tuttavia, il dibattito in merito alla reale presenza di una cyberdipendenza è ancora apertissimo», afferma Simon.
In generale – spiega l'esperto – la dipendenza è contraddistinta da una perdita di controllo e, secondariamente, dalle conseguenze negative vere e proprie. Quelle provocate dal troppo tempo passato davanti allo schermo non sono però gravi come le conseguenze derivanti, per esempio, dall'abuso di sostanze stupefacenti o dal gioco d'azzardo compulsivo.
Olivier Simon ha contatti regolari con gli specialisti che si occupano da vicino del fenomeno, in particolare con l'ospedale Marmottan, situato nella regione parigina. Stando alle loro prime osservazioni, i percorsi di cronicità delle persone che si ritengono cyberdipendenti sono assai differenti da quelli di chi è alcolizzato o tossicomane.
Chi passa troppo tempo allo schermo, infatti, spesso lo fa in coincidenza con un momento famigliare difficile e passeggero; la guarigione avviene solitamente in tempi brevi.
Per esprimere una valutazione attendibile sono necessari dati precisi, che però attualmente mancano Dr. Olivier Simon
Mancanza di dati precisi
«Se da un lato si registrano notevoli progressi nello studio della dipendenza dalle sostanze, dall'altro non sono ancora disponibili dati sufficientemente esaustivi in merito ai cosiddetti disturbi del controllo degli impulsi: cioé quel tipo di problemi comportamentali, come il gioco patologico, nei quali potrebbe rientrare la cyberdipendenza», aggiunge Olivier Simon.
Quindi, al momento attuale è impossibile avanzare cifre in merito al numero di individui che soffrirebbero di tale problema, così come indicare gli eventuali gruppi di persone a rischio.
«Non si tratta assolutamente di negare o minimizzare la questione: per esprimere una valutazione attendibile, però, sono necessari rilevamenti psicometrici oggettivi», vale a dire relativi all'intensità, alla durata e alla frequenza dei processi psichici, ribadisce il medico.
Un auspicio condiviso da Erika Forster-Vannini. Nel suo testo, la parlamentare chiede appunto al Governo se è disposto a incaricare un organo, in seno all'Ufficio federale della sanità o a un'altra organizzazione appropriata, di effettuare le opportune analisi e statistiche.
Informazione e dialogo
Sovente, i timori dei genitori sono legati a una scarsa conoscenza del mondo dei videogiochi e della rete. Per questo motivo, «Swiss gamers» – l'associazione elvetica dei videogiocatori – e lo psichiatra Serge Tisseron hanno elaborato congiuntamente un opuscolo di spiegazione e sensibilizzazione destinato a genitori e figli.
Nell'opuscolo è menzionato il rischio di una pratica eccessiva del gioco. Spesso, viene ricordato, questi problemi sono tuttavia legati a situazioni di disagio già presenti. A tal proposito, Olivier Simon ricorda che non di rado le troppe ore di fronte a un monitor sono una delle conseguenze di problemi di depressione e ansia cronica.
La pubblicazione ribadisce infine la necessità fondamentale – condivisa anche da Olivier Simon – di instaurare un dialogo in famiglia in merito all'attività videoludica: i figli sono invitati a coinvolgere maggiormente i genitori nei loro svaghi, e questi ultimi a documentarsi e interessarsi a quello che i figli fanno davanti allo schermo.
swissinfo, Andrea Clementi
link
INTERPELLANZA
Mediante l'interpellanza i membri dell'assemblea federale possono chiedere informazioni su eventi importanti o problemi di politica nazionale o estera oppure dell'amministrazione. Il Consiglio federale risponde di norma entro la sessione successiva.
Questo tipo di atto parlamentare può essere dichiarato urgente. La risposta del Consiglio federale è indirizzata alla Camera corrispondente, che può metterla in discussione. L'interpellanza Forster-Vannini sarà discussa dal senato il 17 dicembre 2007 secondo quanto figura nel programma della sessione invernale che si svolge a Berna dal 3 al 21 dicembre.
CONTESTO
In Cina, dove vi sarebbero 137 milioni di internauti, il governo ha introdotto una serie di misure volte a combattere l'uso eccessivo della rete da parte delle giovani generazioni: orari ed accessi limitati agli Internet café, utilizzo di software che bloccano i videogiochi dopo qualche ore e istituzione, dal 2005, di speciali centri di recupero.
Queste costose strutture – la retta mensile si aggira sui 1'300 dollari – offrono supporto psicologico e prevedono attività manuali e sport all'aria aperta. Sono previsti pure trattamenti farmacologici, stimolazioni visive ed emozionali, agopuntura.
Dal canto suo, la Corea del sud, dove il 93% dei cittadini possiede un computer e molti ragazzi passano oltre 15 ore al giorno davanti allo schermo, ha creato una rete di consultori nelle scuole e presso gli ospedali. Per i casi ritenuti gravi, è previsto il ricovero, gratuito, in appositi «centri di riabilitazione statali».
Anche in Europa e negli Stati Uniti, negli ultimi 5-7 anni, è aumentato considerevolmente il numero di specialisti che si occupano della dipendenza da Internet, proponendo test diagnostici e terapie di gruppo.
In generale, stando agli esperti, i soggetti curati presentano carenze comunicative legate a problemi psicologici e/o psichiatrici, emarginazione, difficoltà famigliari e relazionali.
UNIONE EUROPEA
La coordination des politiques économiques en Europe : le malaise avant la crise ?
16 décembre 2007
« La coordination des politiques économiques, engagement politique fondamental de la construction européenne, connaît une crise sans précédent, aux graves conséquences économiques, sociales et politiques. » Rapport du Sénat, rédigé par MM. Joël Bourdin et Yvon Collin.
Synthèse du Rapport d’information de MM. Joël BOURDIN et Yvon COLLIN, fait au nom de la délégation du Sénat pour la planification
Le rapport d’information de MM. Joël Bourdin (UMP, Eure), Président de la Délégation du Sénat pour la planification, et Yvon Collin (RDSE, Tarn-et-Garonne), présente une évaluation de la coordination des politiques économiques en Europe, rapport d’étape dans la perspective de la future présidence de l’Union européenne par la France. Le constat est alarmant : la coordination, engagement fondamental dans le processus de construction européenne semble à l’abandon et dégénère en une confrontation aux effets économiques très préoccupants.
I - Pourquoi il faut une coordination sans faille des politiques économiques
Alors que la coordination des politiques économiques est un engagement politique fondamental dans le processus de construction européenne, son organisation et son fonctionnement concrets semblent, paradoxalement, inspirés par des approches théoriques et des instruments d’analyse économique qui fondent une coordination a minima, que symbolise le rôle primordial, sinon exclusif, du Pacte de stabilité et de croissance.
Or, l’influence de ces analyses ne doit pas occulter leurs faiblesses, que détaille le rapport, et représente un danger pour l’Europe. En effet, l’incoordination des politiques économiques jette les bases d’un environnement européen conflictuel et conduit à négliger les gains considérables de la coordination.
Cette influence est donc dangereuse. La théorie économique a, de longue date, expliqué pourquoi, en l’absence de coordination, les Etats choisissent des politiques antagonistes, qui conduisent à des pertes de bien-être. En outre, la plupart des études empiriques montrent que les gains de la coordination sont importants. Dans un ensemble économique aussi intégré que l’Europe, elle permet d’optimiser les interventions publiques, en amplifiant leur l’efficacité ou en réduisant leurs coûts.
Par exemple, une politique de soutien de l’activité peut être jusqu’à deux fois plus efficace si elle est coordonnée que si elle ne l’est pas.
II - Une coordination à l’abandon qui dégénère en politiques antagonistes
De fait, les politiques économiques en Europe apparaissent, au mieux, incoordonnées, au pire, antagonistes :
Le maniement conjoncturel des politiques budgétaires des principaux pays - l’Allemagne, la France, le Royaume-Uni... - manifeste l’existence de réactions différentes face à des chocs pourtant communs (graphique n° 1), différences qui altèrent leur efficacité.
Sur un plan plus structurel, les politiques budgétaires témoignent, de plus en plus, de l’acuité de phénomènes de concurrence entre Etats, dont la concurrence fiscale est la manifestation la plus spectaculaire. Autrefois limitée à l’imposition du capital, avec pour conséquences une déconnexion entre la territorialisation des recettes fiscales et celle de l’activité économique (graphique n° 2), et l’existence dans la zone euro d’un taux d’imposition du capital plus faible aux Etats-Unis et au Japon, elle s’étend à d’autres formes d’imposition, par exemple, les impôts indirects dont l’élévation poursuit souvent des objectifs analogues aux dévaluations compétitives d’avant l’euro.
Les politiques budgétaires n’ont pas l’apanage de l’antagonisme. Le partage de la valeur ajoutée, enjeu majeur de la politique économique, dévoile l’existence de choix très divergents et, pour certains, antagonistes (graphique n° 3).
COÛTS SALARIAUX UNITAIRES DU SECTEUR MANUFACTURIER
Note de lecture : les coûts salariaux unitaires mesurent le coût du travail en le corrigeant de son efficacité relative (la productivité du travail)
III - Une logique de déclin
En ce domaine, l’option la plus dangereuse, et la plus tentante dans un espace de noncoordination, est celle de la désinflation compétitive. Mais, en réalité, elle n’est soutenable, ni pour ceux qui la choisissent, ni pour l’Europe.
Elle n’est pas payante pour ceux qui la choisissent puisqu’elle repose sur une combinaison déséquilibrée : le sacrifice des composants domestiques de la croissance (la déflation salariale mine le pouvoir d’achat et la demande) et l’exploitation de ceux des partenaires commerciaux.
Or, les sacrifices intérieurs, qui ne sont pas soutenables et n’ont aucun effet positif sur la productivité, entraînent une stagnation de l’investissement et de la croissance tandis que l’exploitation des partenaires crée des pertes considérables pour eux, logique intenable dont on mentionne ici deux exemples parmi d’autres.
L’Allemagne a connu une croissance de 0,5 % l’an entre 2001 et 2005 et la forte baisse de ses coûts salariaux unitaires a amputé la croissance française de 0,4 point de PIB en moyenne annuelle au cours de cette période. L’augmentation des déséquilibres commerciaux au sein de la zone euro est considérable (graphique n° 4).
ÉVOLUTION DES SOLDES DES BALANCES COURANTES EN ZONE EURO (1996 - 2007) (en points de PIB national)
Elle diminue la croissance de l’ensemble de la zone (graphique n° 5), crée des chocs négatifs successifs auxquels la seule modalité de « coordination » (encore s’agit-il du contraire d’une vraie coordination puisqu’elle est assise sur des règles fixées ne varietur), le Pacte de stabilité et de croissance, empêche de répondre (tableau).
Ces rappels montrent que la non-coordination des politiques économiques occasionne déjà pour l’Europe, des pertes importantes de bien-être.
Ils suscitent aussi des inquiétudes plus structurelles encore :
l’imitation des stratégies de désinflation compétitive, qui pour des pays sans possibilité de dévaluation, représente une forte tentation, plongerait l’Europe dans la stagnation économique, chacun effaçant les gains des partenaires, sans autre effet que de priver l’Europe de croissance ;
les tensions résultant des antagonismes actuels, notamment les déficits extérieurs et les déficits publics auxquels ils contribuent beaucoup, remettent en question la capacité de certains à maintenir leur ancrage à l’euro et à réduire leurs dettes publiques ;
les pertes de croissance, s’ajoutant aux effets directs de la concurrence fiscale, qui pénalise surtout les grands pays, anémient les budgets publics, particulièrement sollicités du fait des transitions qu’implique la réussite des projets les plus ambitieux de l’Europe (la Stratégie de Lisbonne, notamment). Dans ces conditions, la réussite de ces projets, essentiels pour relever la croissance potentielle, n’est pas envisageable.
L’importance des enjeux : la restauration du pacte politique européen et la refondation d’une Europe de la croissance et du progrès, commande de tourner le dos à une surenchère perverse qui voit le manque de coordination des politiques économiques dégénérer en une montée des antagonismes. En cohérence avec ses diagnostics, le rapport ouvre plusieurs chantiers de réformes auxquels la délégation pour la planification apportera sa contribution dans le semestre à venir de préparation à la présidence française de l’Union européenne.
LINK
Maurice Allais : Les effets destructeurs de la Mondialisation
17 décembre 2007
« Le véritable fondement du protectionnisme, sa justification essentielle et sa nécessité, c’est la protection nécessaire contre les désordres et les difficultés de toutes sortes engendrées par l’absence de toute régulation réelle à l’échelle mondiale. »
Par Maurice Allais, Prix Nobel d’économie
Extrait d’une lettre ouverte adressée à Monsieur Jacques Myard, Député des Yvelines, 2005
L’Europe a favorisé l’émergence d’une mondialisation sans barrière. N’a-telle pas aussi concouru à l’accroissement de ses difficultés économiques ?
Les effets de la Mondialisation
En fait, à partir de 1974 on constate pour la France une croissance massive du chômage, une réduction drastique des effectifs de l’industrie et une réduction très marquée de la croissance.
Le taux de chômage au sens du BIT
De 1950 à 1974, pendant vingt-quatre ans le taux de chômage au sens du BIT est resté constamment inférieur à 3 %. De 1975 à 2005, pendant les trente années suivantes, il s’est progressivement élevé pour attendre 12,5 % en 1997 et 10 % en 2005.
Emplois dans l’industrie
Alors que de 1955 à 1974 les effectifs dans l’industrie s’étaient accrus d’environ 50.000 par an, ils ont décru de 1974 à 2005 d’environ 50.000 par an. Les effectifs de l’industrie ont atteint leur maximum d’environ 6 millions en 1974.
Produit intérieur brut réel par habitant
De 1950 à 1974 le taux de croissance moyen du PIB réel par habitant a été de 4 %. De 1974 à 2000 le taux moyen de croissance a été de 1,6 % avec une baisse de 2,4 % , soit une diminution de 60 %.
1950-1974 et 1974-2005. Deux contextes très différents
En fait, une seule cause peut et doit être considérée comme le facteur majeur et déterminant des différences constatées entre les deux périodes 1950-1974 et 1974- 2005 : la politique à partir de 1974 de libéralisation mondialiste des échanges extérieurs du GATT et de l’Organisation de Bruxelles et de la libéralisation des mouvements de capitaux dont les effets ont été aggravés par la dislocation du système monétaire international et l’instauration généralisée du système des taux de change flottants.
Incontestablement l’évolution très différente de l’économie française à partir de 1974 résulte de la disparition progressive de toute protection du Marché Communautaire Européen, de l’instauration continue d’un libre-échange mondialiste, de la délocalisation des activités industrielles, et de la délocalisation des investissements financiers [1] .
En tout cas, au regard de l’accroissement massif du chômage, de la très forte diminution des emplois dans l’industrie, et de la baisse considérable du taux d’accroissement du produit national brut réel par habitant à partir de 1974, il est tout à fait impossible de soutenir que la politique de libre-échange mondialiste mise en oeuvre par l’Organisation de Bruxelles a favorisé la croissance et développé l’emploi.
En fait, ce que l’on a constaté, c’est que la politique de libre-échange mondialiste poursuivie par l’Organisation de Bruxelles a entraîné à partir de 1974 la destruction des emplois, la destruction de l’industrie, la destruction de l’agriculture, et la destruction de la croissance [2].
Si la politique libre échangiste de l’Organisation de Bruxelles n’avait pas été appliquée, le PIB réel par habitant en France serait aujourd’hui d’au moins 30 % plus élevé qu’il ne l’est actuellement, et il serait certainement au moins égal au PIB réel par habitant aux Etats-Unis 4. Qui ne voit que les difficultés majeures auxquelles nous sommes confrontés aujourd’hui résultent pour l’essentiel de la diminution considérable du produit intérieur brut réel qu’a entraînée pour nous la politique libre échangiste de l’Organisation de Bruxelles.
La politique mondialiste de l’OMC et de l’Organisation de Bruxelles
Toute cette analyse montre que la libéralisation totale des mouvements de biens, de services et de capitaux à l’échelle mondiale, objectif affirmé de l’Organisation Mondiale du Commerce (OMC) à la suite du GATT, doit être considérée à la fois comme irréalisable, comme nuisible, et comme non souhaitable.
Elle n’est possible, elle n’est avantageuse, elle n’est souhaitable que dans le cadre d’ensembles régionaux économiquement et politiquement associés, groupant des pays de développement économique comparable, chaque Association régionale se protégeant raisonnablement vis-à-vis des autres.
En fait, une analyse correcte de la théorie du commerce international ne conduit en aucune façon à la conclusion que l’application à l’échelle mondiale d’une politique généralisée de libre-échange pourrait correspondre à l’intérêt réel de chaque pays, que ce soient les pays développés de l’Europe occidentale et de l’Amérique du Nord ou le Japon, ou que ce soient les pays en voie de développement de l’Europe de l’Est, de l’ex-URSS, de l’Afrique, de l’Amérique Latine, ou de l’Asie.
Je ne saurais trop l’affirmer : la théorie naïve et indûment simplificatrice du commerce international que nous brandissent les thuriféraires de la libéralisation mondiale des échanges est totalement erronée. Il n’y a là que postulats sans fondements.
En réalité, ceux qui, à Bruxelles et ailleurs, au nom des prétendues nécessités d’un prétendu progrès, au nom d’un libéralisme mal compris, et au nom de l’Europe, veulent ouvrir l’Union Européenne à tous les vents d’une économie mondialiste dépourvue de tout cadre institutionnel réellement approprié et dominée par la loi de la jungle, et la laisser désarmée sans aucune protection raisonnable ; ceux qui, par là même, sont d’ores et déjà personnellement et directement responsables d’innombrables misères et de la perte de leur emploi par des millions de chômeurs, ne sont en réalité que les défenseurs d’une idéologie abusivement simplificatrice et destructrice, les hérauts d’une gigantesque mystification.
L’hostilité dominante contre toute forme de protectionnisme
L’hostilité dominante d’aujourd’hui contre toute forme de protectionnisme se fonde depuis soixante ans sur une interprétation erronée des causes fondamentales de la Grande Dépression.
En fait, la Grande Dépression de 1929-1934, qui à partir des Etats-Unis s’est étendue au monde entier, a eu une origine purement monétaire et elle a résulté de la structure et des excès du mécanisme du crédit. Le protectionnisme en chaîne des années trente n’a été qu’une conséquence et non une cause de la Grande Dépression. Il n’a constitué partout que des tentatives des économies nationales pour se protéger des conséquences déstabilisatrices de la Grande Dépression d’origine monétaire.
Les adversaires obstinés de tout protectionnisme, quel qu’il soit, commettent une seconde erreur : ne pas voir qu’une économie de marchés ne peut fonctionner correctement que dans un cadre institutionnel et politique qui en assure la stabilité et la régulation.
Comme l’économie mondiale est actuellement dépourvue de tout système réel de régulation et qu’elle se développe dans un cadre anarchique, l’ouverture mondialiste à tous vents des économies nationales ou des associations régionales est non seulement dépourvue de toute justification réelle, mais elle ne peut que les conduire à des difficultés majeures.
Le véritable fondement du protectionnisme, sa justification essentielle et sa nécessité, c’est la protection nécessaire contre les désordres et les difficultés de toutes sortes engendrées par l’absence de toute régulation réelle à l’échelle mondiale.
Il est tout à fait inexact de soutenir qu’une régulation appropriée puisse être réalisée par le fonctionnement des marchés tel qu’il se constate actuellement.
Si on considère, par exemple, le cas de l’agriculture communautaire européenne, l’alignement de ses prix sur des prix mondiaux qui peuvent rapidement varier de un à deux en raison d’une situation toujours instable n ’a aucune justification.
La doctrine laissez-fairiste mondialiste
Depuis deux décennies une nouvelle doctrine s’est peu à peu imposée, la doctrine du libre-échange mondialiste impliquant la disparition de tout obstacle aux libres mouvements des marchandises, des services et des capitaux.
Cette doctrine a été littéralement imposée aux gouvernements américains successifs, puis au monde entier, par les multinationales américaines, et à leur suite par les multinationales dans toutes les parties du monde, qui en fait détiennent partout en raison de leur considérable pouvoir financier et par personnes interposées la plus grande partie du pouvoir politique.
La mondialisation, on ne saurait trop le souligner, ne profite qu’aux multinationales. Elles en tirent d’énormes profits.
Le nouveau Credo
Suivant cette doctrine la disparition de tous les obstacles aux changements est une condition à la fois nécessaire et suffisante d’une allocation optimale des ressources à l’échelle mondiale. Tous les pays et dans chaque pays tous les groupes sociaux doivent voir leur situation améliorée.
Les partisans de cette doctrine sont devenus aussi dogmatiques que les partisans du communisme avant son effondrement avec la chute du mur de Berlin en 1989. Pour eux la mise en oeuvre d’un libre-échange mondial des biens, des services, et des capitaux s’impose à tous les pays et si des difficultés se présentent dans sa mise en oeuvre elles ne peuvent être que temporaires et transitoires.
En réalité, les affirmations de la nouvelle doctrine n’ont cessé d’être infirmées aussi bien par l’analyse économique que par les données de l’observation. En fait, une mondialisation généralisée n’est ni inévitable, ni nécessaire, ni souhaitable.
Quatre conclusions fondamentales
De l’analyse des faits constatés résultent quatre conclusions tout à fait fondamentales :
Une mondialisation généralisée des échanges entre des pays caractérisés par des niveaux de salaires très différents aux cours des changes ne peut qu ’entraîner finalement partout dans les pays développés : chômage, réduction de la croissance, inégalités, misères de toutes sortes. Elle n’est ni inévitable, ni nécessaire, ni souhaitable.
Une libéralisation totale des échanges et des mouvements de capitaux n’est possible, et elle n’est souhaitable que dans le cadre d’ensembles régionaux groupant des pays économiquement et politiquement associés et de développement économique et social comparable.
Il est nécessaire de réviser sans délai les Traités fondateurs de l’Union Européenne, tout particulièrement quant à l’instauration indispensable d’une préférence communautaire.
Il faut de toute nécessité remettre en cause et repenser les principes des politiques mondialistes mises en oeuvre par les institutions internationales, tout particulièrement par l’Organisation mondiale du commerce (OMC).
L’aveuglement de nos dirigeants politiques
Au regard de l’ensemble de l’évolution constatée de 1974 à 2004, soit pendant trente ans, on peut affirmer aujourd’hui que cette évolution se poursuivra si la politique de libre-échange mondialiste de l’Organisation de Bruxelles est maintenue.
En fait, toutes les difficultés pratiquement insurmontables dans lesquelles nous nous débattons aujourd’hui résultent de la réduction d’au moins 30 % du Produit national brut réel par habitant d’aujourd’hui. La prospérité de quelques groupes très minoritaires ne doit pas nous masquer une évolution qui ne cesse de nous mener au désastre.
L’aveuglement de nos dirigeants politiques, de droite et de gauche, depuis 1974 est entièrement responsable de la situation dramatique où nous nous trouvons aujourd’hui. Comme le soulignait autrefois Jacques Rueff : « Ce qui doit arriver arrive. »
Toute l’évolution qui s’est constatée depuis 1974 résulte de l’application inconsidérée et aveugle de l’Article 110 du Traité de Rome du 25 mars 1957 constamment repris dans tous les traités ultérieurs :
Article 110
« En établissant une union douanière entre eux les Etats membres entendent contribuer conformément à l’intérêt commun au développement harmonieux du commerce mondial, à la suppression progressive des restrictions aux échanges internationaux et à la réduction des barrières douanières. »
En fait, pour être justifié l’Article 110 du Traité de Rome devrait être remplacé par l’article suivant :
« Pour préserver le développement harmonieux du commerce mondial une protection communautaire raisonnable doit être assurée à l’encontre des importations des pays tiers dont les niveaux des salaires au cours des changes s’établissent à des niveaux incompatibles avec une suppression de toute protection douanière. »
Ce texte est extrait de :
L’EUROPE EN CRISE QUE FAIRE ? Réponses à quelques questions
dont nous reproduisons ci-dessous le sommaire :
I.- La création de l’Euro est-elle justifiée ?
II.- L’Organisation politique de l’Europe
III.- Les effets destructeurs de la Mondialisation
IV.- La nécessaire Préférence Communautaire
V.- De profondes réformes
Publication originale Maurice Allais (pdf)
[1] Voir Allais, 1999, La Mondialisation. La Destruction des Emplois et de la Croissance. L’Evidence Empirique, p. 142-146 et 451-455.
[2] Voir Maurice Allais 1999, La Destruction des Emplois et de la Croissance. L’Evidence Empirique
LINK